La mia Venosa

Descrivo in queste pagine la mia città, la mia Venosa.
Narro la Venosa che a me piace.
La Venosa storica e culturale; quella ricca di tradizioni e di valori.
Parlo della Venosa nella quale mi riconosco e nella quale sono cresciuto.
Questa è la Venosa che voglio cantare.

sabato 21 gennaio 2017

Le catacombe ebraiche di Venosa (PZ)


L’interno della collina della Maddalena, situata poco più di mezzo chilometro a nord del centro abitato di Venosa, ospita delle fila di incavi ottenuti scavando nella pietra tufacea della collina.
Si tratta di catacombe ebraiche, costruite dalla comunità ebraica venosina per ospitare le spoglie dei membri della comunità stessa.
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Le catacombe ebraiche di Venosa sono un’importante testimonianza del culto dei morti nella colonia ebraica dell’antica città romana tra i secoli IV e VI d.C.
La scoperta ufficiale delle catacombe si colloca al 1853, quando venne alla luce il primo complesso di catacombale, scavato nel fianco meridionale della collina della Maddalena, anche se altre fonti ne davano notizia già dal 1584 e nel 1842 fu visitato da D’Aloe, il quale trascrisse le iscrizioni visibili nelle grotte.
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Le stesse iscrizioni rinvenute in questo primo complesso furono studiate dapprima, nel 1880, dal linguista e glottologo Graziadio Isaia Ascoli e da Umberto Cassuto poi, nel 1944.
Le catacombe si presentano come una rete di cunicoli sotterranei organizzati intorno a tre corridoi principali dai quali si diramano una serie di piccoli vani laterali. 
Le pareti dei corridoi laterali sono occupate da piccole nicchie e loculi (cubicula) o si aprono in grotte di dimensioni più ampie che ospitano più sepolcri, sormontate da un arco che poteva essere intonacato o affrescato (arcosolium).
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Nel 1974, in seguito a nuove ricerche, fu scoperto un settore prima sconosciuto.
In esso spicca un arcosolio, una nicchia a forma di arco, riccamente affrescato, recante i simboli della religione ebraica quali la menorah, il candelabro a sette braccia, affiancata a destra dallo shofar, il corno, e dal lulav, la palma, ed a sinistra dall’etrog, il cedro, e da una fiala d’olio.
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Un saggio di scavo condotto nel 1981 da Cesare Colafemmina ha restituito un’altra porzione di catacombe, che si andava così ad aggiungere ad altre, scoperte dallo stesso Colafemmina negli anni 1972-1974, alcune delle quali cristiane, a dimostrazione della convivenza pacifica delle due comunità religiose.
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Un tempo questi numerosi complessi catacombali avevano con ogni probabilità dimensioni più ristrette di quelli che si presentano oggi come corridoi comunicanti.
La natura estremamente friabile della, infatti, ha modificato sostanzialmente la conformazione originale del sito in seguito a sismi e frane, e solo da poco le catacombe sono state per una parte riaperte al pubblico dopo anni di lavoro di consolidamento e di restauro.
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Le oltre 75 iscrizioni funerarie provenienti dalle catacombe, datate dal IV al IX secolo d.C., una delle quali è datata con esattezza al 521 d.C., ci restituiscono quello che è stato definito: «il migliore spaccato della società ebraica meridionale fra tarda Antichità e alto Medioevo» e ci consentono di trarre un’immagine piuttosto dettagliata sull’organizzazione interna della comunità ebraica venosina.
Le lingue usate nelle iscrizioni della grande catacomba sono la greca, la latina e l’ebraica, e a tali lingue e culture appartiene anche l’onomastica dei defunti.
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Molti epitaffi sono bilingui, ma è da notare che mentre nei pressi dell’ingresso sembra esclusiva la lingua greca, man mano che si procede verso l’interno il latino si alterna al greco sino a prevalere nettamente.
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Uno degli epitaffi più recenti, forse della fine del VI secolo, è in greco ma in caratteri ebraici.
I testi delle iscrizioni superstiti, come si diceva, offrono un’immagine abbastanza ricca dell’organizzazione comunitaria.
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Vi compaiono, infatti, l’arcisinagogo, i gherusiarchi, uno dei quali è anche archiatra, un didascalo, i presbiteri, i padri (patres) ed il padre dei padri (pater patrum).
Quest’ultimo titolo indicava forse una specie di decano o uno dei patres più benemeriti, benefattori della comunità.
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Circa i rapporti degli ebrei venosini con la città, due iscrizioni della “catacomba nuova”, databili alla fine IV- inizi V secolo, attribuiscono a due di essi, Aussanio e Marcello, il titolo di “patrono”, conferito a ricchi e influenti personaggi della città o del municipio, onorificenza poi interdetta agli ebrei nella prima metà del V secolo.
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Tuttavia di questa fiorente comunità ebraica non è stata ritrovata la sinagoga né abbiamo testimonianze sulla sua ubicazione nel tessuto urbano.
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La comunità ebraica prosperava dunque nell’epoca in cui si fa risalire la costruzione e l’uso delle catacombe, nel periodo cioè compreso tra il IV e il VI secolo d.C.
Ma secondo la tesi di Ernst Munkacsi già dalla tarda età repubblicana, I secolo a.C., esisteva a Venosa una prima comunità ebraica, di ceppo ellenistico, di liberi commercianti, poi accresciutasi in seguito alla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e alla Diaspora del 135 d.C.
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La ricchezza della città e la sua posizione strategica all’incrocio tra la via Appia, crocevia di commerci, e la via Erculea, fecero la fortuna della comunità nel periodo imperiale fino alle soglie del Medioevo.
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Un sepolcro nelle catacombe rivestito in marmo, i pregiati affreschi, i titoli onorifici conferiti ai maggiorenti ebrei, provano la ricchezza della comunità e l’elevato status sociale dei membri della comunità, tra i quali comparivano proprietari terrieri, medici, commercianti e artigiani.
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Gli ebrei venosini vissero in agiatezza e in pacifica convivenza con la comunità cristiana e pagana della città, come testimoniano tra l’altro l’adozione di nomi greci e latini da parte di ebrei, fin quando nel 438 le leggi romane escluse dagli onori civili chi confessava la religione giudaica. Da allora, complice anche il ristagno dei commerci, cominciò il declino della comunità che però sopravvisse per molti secoli ancora.
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Gli "Apostoli di Sant'Andrea" - San Bartolomeo

Gli "Apostoli di Sant'Andrea" della Cattedrale di Venosa (PZ)

San Bartolomeo

San Bartolomeo viene raffigurato dal pittore Giuseppe Pinto mentre offre la sua vita per Cristo:
è dipinto svestito, privo di tunica e coperto in parte solo da un avvolgente mantello violaceo.
Ha capelli castani e scomposti, anche lui è rappresentato con una “calvizie ippocratica”, con barba folta bianca, dello stesso colore sono i capelli.
I suoi occhi sono rivolti al cielo.

La sua espressione è tipica di chi sta immolando la propria vita per qualcosa di sublime.
Il braccio destro è aperto lateralmente, mentre quello sinistro è stretto sul petto e con la mano sorregge un libro ed un coltello, infatti il suo simbolo di riconoscimento nell’iconografia classica è lo strumento del suo martirio, cioè il coltello, poiché fu scuoiato.


Egli nacque a Calia in Galilea nel I° secolo.
Morì verso la metà del I° secolo probabilmente in Siria.
Il vero nome dell'apostolo è Natanaele, che significa ”Dio ha donato”.
Il nome Bartolomeo deriva probabilmente dall'aramaico “bar”, figlio e “talmai”, agricoltore.
Bartolomeo giunse a Cristo tramite l'apostolo Filippo (Gv 1,43-51).
Dopo la resurrezione di Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia).
Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi.


Bartolomeo fu condannato alla morte Persiana: fu scorticato vivo e poi crocifisso dai pagani.
La calotta cranica del martire Bartolomeo si trova dal 1238 nel duomo di San Bartolomeo, a Francoforte.
Il suo culto è venerato in modo particolare in India.
È evocato per un’epidemia di peste e le sue categorie di protezione sono i macellai, i conciatori e pellicciai.


La Chiesa festeggia l’Apostolo martire San Bartolomeo il 24 agosto.
Il dipinto è collocato in alto nella navata sinistra della Cattedrale di Venosa, al di sopra di una precedente cappella ora occupata da un confessionale, subito dopo l’altare della Madonna Immacolata.

Il quadro fa parte di una serie di dipinti con cornici mistilinee, che corrono lungo le pareti perimetrali della cattedrale, che rappresentano i SS. Apostoli.
Il ciclo è attribuito dalla storiografia al pittore Giuseppe Pinto di presunte origini locali, operante a Venosa nel secolo XVII.

I quadri sono a figura intera e coperti con ampi panneggi.

sabato 7 gennaio 2017

Adorazione dei Magi (di Simone da Firenze)

Adorazione dei Magi (Simone da Firenze) - Cattedrale di Sant’Andrea - Venosa)

È un frammento di un affresco raffigurante l’Adorazione dei magi, del pittore Simone da Firenze, datato agli inizi XVI secolo. E' uno splendido frammento di un ciclo di dipinti murali, che il pittore fece in Basilicata e che rivela un disegno realizzato con chiarezza e delicato cromatismo.
L’affresco ci è pervenuto solo in parte, ciò che è visibile sono solo le figure di San Giuseppe, di Maria e del Bambino Gesù.
In primo piano è riprodotta Maria che regge sulle ginocchia il Bambinello.
Il suo viso è amorevolmente dolce, fresco, giovane ed aggraziato, con le gote rosee, il suo viso sembra ricordare quasi la Venere di Botticelli, capelli chiari, legati all’indietro e con dei ciuffi molto ricci e biondi che sfuggono alla presa e scendono con grazia ai lati del viso fino a coprirne le orecchie ed arrivare sul collo.
Con la mano sinistra regge delicatamente il Bambin Gesù seduto sulle sue ginocchia.
Indossa una veste di color rosso porpora, con maniche che oggi chiameremmo “a palloncino” i bordi della veste sono ornati da ricchissimi ornamenti e decorati con delle spille da balia.
All’occhio attento non sfuggono due piccoli ricami di colore bianco sul collo e all’estremità della manica di Maria.
Un velo bianco, quasi trasparente, raccoglie i capelli e scende sulle sue spalle, fino a legarsi con un vistoso fiocco sul petto. 
Al giro vita si nota ancora parte del velo bianco, raccolto in più punti con delle spille, a ricordarci che Lei è ancora una puerpera.
Il Bambinello è riprodotto nudo, ben nutrito, di un bel colore roseo, i suoi capelli sono ricci e biondi ed assume una posizione benedicente. Il suo sguardo sembra essere rivolto in basso verso i Re Magi, che se l’affresco fosse arrivato fino a noi, li avremmo visti dipinti probabilmente in ginocchio ed in atteggiamento di adorazione.
Alle spalle di Maria domina la figura di San Giuseppe. È dipinto con capelli e barba bianca, è raffigurato come un uomo di una certa età, non più giovanissimo. E’ insolitamente simile per iconografia a San Pietro.
Il suo guardo è rivolto e fisso al visitatore.
È enigmatico, pensieroso, non sembra essere nè sereno nè contento, anzi sembra alquanto turbato; forse lo è per ciò che ha appena sentito ed appreso dai Magi riguardo alle intenzioni del re Erode.
Non lo sapremo mai, infatti è in netto contrasto con l’atteggiamento della Madonna.
Ha una tunica color giallo sabbia e s’intravvede al collo uno spezzone bianco sotto-tunica.
È avvolto in un ampio mantello giallo oro, e sembra voler avvolgere, per difendere, con il suo manto tutta la sua Sacra Famigliola.
Giuseppe è in piedi alle spalle di Maria, con la mano destra, impugna un bastone con l'impugnatura ricurva, dal bastone spunta e rifiorisce un ramoscello di edera, che ne avvolge tutto il capo, a richiamare secondo me la profezia di Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse”. Isaia 11,1- 4a: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese».
Le tre sacre figure ritratte sono caratterizzate da tre aureole; quella di Maria e di Giuseppe differiscono in poco, si notano anche dei filamenti dorati, mentre l’aureola del Bambino Gesù è raggiante, il nuovo “Sole” è appena nato.
Dietro la figura del serioso Giuseppe si intravvede la testa del Bue, che con l'asinello avrebbe dovuto completare l'intera scena.
Le caratteristiche salienti della pittura di questo frammento risiedono nel dinamismo e nella fluidità dell’intera struttura. Possiamo notare, da quel poco che ci è pervenuto, che il disegno è realizzato con determinata chiarezza e delicato cromatismo e, dinanzi alla sacralità dei soggetti, si assiste ad un’alternanza di incantato lirismo ed una potente drammaticità.

Simone da Firenze è un artista del XVI sec.
Le origini e la prima formazione sono fiorentine, la sua formazione artistica proviene certamente da Scuola Umbra. Attivo nella prima metà del ’500, Simone da Firenze irrompe nel panorama artistico della Basilicata con la sua formazione prevalentemente classicista. La sua formazione artistica e culturale infatti, si fonda sui modelli dell’ultimo ventennio del Quattrocento fiorentino, quali Botticelli, Ghirlandaio e Filippino Lippi e soprattutto di Raffaello.
A Venosa Simone da Firenze dipinge un affresco, l’Adorazione dei Magi appunto; lo dipinge sul muro di quello che doveva essere una cappella laterale, posta a metà della navata di sinistra della nuova Cattedrale di Pirro del Balzo.
Oggi dell’intero affresco non rimane che questo piccolo ma intenso frammento.
La sua operosità in Basilicata del pittore fiorentino è documentata da altre opere che sono visibili non solo qui a Venosa ma anche ad Acerenza, ad Armento e a Potenza, è da sottolineare che molti artisti locali hanno subìto negli anni la sua ispirazione e la sua influenza artistica.


mercoledì 21 dicembre 2016

Gli "Apostoli di Sant'Andrea" - San Filippo

Il Filippo del nostro ciclo è dipinto nell’atto di accettazione della croce e quindi del martirio.

Ha capelli chiari e corti con barba dello stesso colore, vestito con tunica color melograno e mantello azzurro ceruleo.

Stringe nella mano sinistra un’asta alla cui sommità c’è la croce.
Filippo deriva dal greco e significa “amante dei cavalli”.

Egli era originario di Betsaida e nacque nel primo secolo a.C.
Egli collaborò alla stesura degli Atti degli Apostoli e gli viene anche accreditato il vangelo apocrifo de “il vangelo secondo Filippo”.


Prima di diventare apostolo era pescatore e conobbe Giovanni il Battista ed era molto amico di Andrea.
Rispose immediatamente alla chiamata di Gesù e lo riconobbe come il Messia (Gv 1,43) e successivamente portò Natanaele , cioè l'apostolo Bartolomeo, per diventare anch’egli un seguace di Gesù.

A lui Gesù si rivolge per la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Egli morì crocifisso a testa in giù e lapidato a Hierapolis all’età di 87 anni, da questo ne deriva il suo principale attributo, cioè quello della croce, poi seguono il pane e i pesci per l’episodio della moltiplicazione di quest’ultimi.


Il quadro fa parte di una serie di dipinti con cornici mistilinee, che corrono lungo le pareti perimetrali della cattedrale.
Rappresentano i SS. Apostoli.

Il ciclo è attribuito dalla storiografia al pittore Giuseppe Pinto di presunte origini locali, operante a Venosa nel secolo XVII.

I quadri sono a figura intera e coperti con ampi panneggi.

domenica 18 dicembre 2016

Ma che Natale è?



«La nott' d' Nat'l non s' dorm,
se guard' u' bamb'nidd a la capann'...»

così recita un antico canto popolare natalizio venosino.
Il natale è una festa molto amata giustamente, si crea un’atmosfera particolare, c’è una voglia di calore e serenità nonostante tutto.
È la festa più bella dell’anno.
Però negli ultimi anni il natale è molto cambiato.

Io ricordo questa ricorrenza negli anni della mia infanzia, anni difficili con una disoccupazione alle stelle, una migrazione all’estero molto alta e diffusa  ed un’indigenza ampia, che ne influenzava questa ricorrenza, ormai gratificata da consumi ben più ricchi, di quelli di quando ero bambino.

Si facevano gare a scuola, a chi fosse più bravo nell’allestire il presepe in fondo alla classe infatti, ognuno di noi ragazzini, aveva il compito di portare qualcosa da casa: chi portava un pastorello, chi della carta roccia o dei rami, chi una o due pecorelle, chi il muschio e la sabbia per le stradine.
Alla fine il risultato era stupefacente: perché si assisteva ad un esempio di presepe multietnico, infatti le statuine erano tutte differenti tra di loro per colore, grandezza, fattura e per bellezza, nonostante ciò a noi ragazzini questo non interessava, perché la nostra gioia e la nostra fantasia ci faceva superare ogni differenza  e diversità.

Prendendo in considerazione solo le statuine della natività, personaggi prìncipi del presepe, il maestro sorteggiava alcuni di noi ragazzini, i quali vincitori erano considerati fortunati.
Naturalmente questa gioia del Natale e questo entusiasmo nel preparare il presepe, la portavamo a casa, dove ognuno di noi allestiva il presepe con i propri genitori e con i propri fratelli, in un angolo della casa.

I regali, a quelli della mia generazione, li portava Gesù Bambino e non Santa Claus o Babbo Natale, rubicondo e vistoso nella sua mise rossa con guarnizione di pelliccia bianca.
Il Bambinello, nato in una grotta al freddo e al gelo, era per noi bambini di quell’epoca lontana, il vettore di regali per lo più modesti e deludenti; d’altronde si doveva capire: il Bambinello nato al freddo ed al gelo privilegiava regali adatti al suo habitat: guanti, sciarpe, cappellino o golf, tutto di lana, fatti rigorosamente a mano con lana riciclata da una vecchia maglia, e pantofole con l’interno pelo di coniglio, qualcosa fra i più antiestetici.
Cose utili, ma non eccitanti per noi bambini di allora.

Non poteva avere altro intento, il Bambino Gesù, se non l’intenzione pratica derivante dalla sua origine, finché non arrivò quel fagottone rosso con guarnizione di pelo bianco di Babbo Natale.
Il massimo della concessione ludica erano dei mattoncini rossi della “Lego” o la scatola del “Meccano”, orrendo gioco di composizione di elementi senza fascino, pezzetti di lamiera da saldare con viti, per comporre inutili accrocchi; oppure dei giocattoli di latta.
A dire il vero però a me i giocattoli (rigorosamente riciclati di anno in anno) non li portava neppure Gesù Bambino, ma la Befana.

In seguito, col benessere di oggi, Gesù Bambino smobilitò e arrivò l’allegro scampanante Babbo Natale, portando doni più adeguati alle aspettative dei nuovi bambini.
Addio guanti di lana riciclata, che facevano pantane con una sciarpetta ed un copricapo, che nascondeva le orecchie.


Babbo Natale scampanellava, rompendo l’atmosfera sospesa del Natale di un tempo e invitava al sorriso e, pensandoci bene, al nuovo consumo.
Questa ricorrenza ha perso nel tempo molto del suo fascino, ma ha guadagnato in estetica; rimane quel ricatto morale che ci vuole tutti più buoni.
Oggi le strade sono piene di decorazioni natalizie, le vetrine dei negozi sono addobbate a festa, i mercatini di natale che, come ogni anno, spuntano qua e là negli angoli delle città.
Mi chiedo che ruolo ha assunto il Natale nella società attuale?

Viviamo in una società in cui si sono persi i valori di un tempo,  una società frenetica, in cui anche il Natale si è trasformato in una festa meramente consumistica.
Viviamo in una società in cui ogni festa, più che un momento di riflessione o di ritrovo con le persone amate, si trasforma in un’occasione per spendere.

Per me, la vera bellezza del Natale non sono tanto le luci colorate, che illuminano l’albero, i balconi e le terrazze, gli angoli delle strade, i numerosi mercatini di Natale e lo spendere per l’acquisto dei regali, ma è il ritrovarsi tutti insieme, una volta l’anno, con la propria famiglia, mettendo da parte per un giorno i problemi, le difficoltà, le preoccupazioni e le tensioni; fermarsi per godere di quello che abbiamo.

Troppo spesso ci dimentichiamo dei valori, degli affetti, finendo per darli per scontati, perdendo il valore prezioso delle piccole cose.
Ma oggi per noi che cos’è il Natale?
Una festa meramente consumistica o una festa da trascorrere con i propri cari?

E la mia mente con i miei ricordi va inesorabilmente indietro nel tempo.
In questi giorni in cui i consumi debordano dalla routine usuale  e tutti credono di essere migliori, ma sono solo più nutriti di quanti all’epoca della mia infanzia, che aspettavano le gratifiche di stipendio, piuttosto che amore e pace;
di uomini di buona volontà chissà se ci sono ancora.

Buon Natale a tutti.


 VG

Il segno del padrone sulla Cattedrale di Venosa


Sono molto legato alla Cattedrale di Venosa, perché è qui che ho trascorso la mia infanzia, è qui che ho ricevuto i miei primi sacramenti: Battesimo, prima Comunione, Cresima ed è qui che avrei anche voluto sposarmi, ma purtroppo la chiesa, causa terremoto è stata riaperta solo alcuni mesi dopo.

È tra i banchi di Sant’Andrea che si svolgevano le lezioni della “Dottrina”, oggi si dice catechismo; è nei locali del vescovado (oggi salone del centro giovanile) che trascorrevo i miei pomeriggi, giocando e svolgendo i miei compiti scolastici pomeridiani con il “doposcuola” ed insieme ai miei compagni, aspettavamo con gioia il parroco Don Emanuele Laconca, che durante la pausa, ci deliziava con la merenda, fatta di pane e marmellata.

Già da ragazzo sono stato sempre incuriosito da ciò che mi circondava.
Durante le ore di catechismo, seduto insieme ai miei compagni di classe nei banchi della chiesa, il mio sguardo era sempre rivolto all’insù, mi attirava la grandezza e la magnificenza dell’intero tempio con il suo soffitto a cassettoni e con tutti i suoi sacri arredi.
Oggi, con rammarico mi chiedo perché, tante cose sono cambiate e tante non ci sono più.

Tra le cose che attivavano la mia attenzione, c’era una in particolare che mi incuriosiva notevolmente: la presenza ovunque di uno stemma in pietra, rappresentante un sole raggiante.
Lo vedevo riprodotto e ripetersi su tutti i pilastri delle navate, sugli archi acuti, sulle alte finestre ogivali e sull’arco dell’antica sacrestia.

Sicuro che si trattasse di un simbolo scolpito nella roccia ed applicato in modo quasi maniacale nei punti cardini e strategici, ad esempio su un arco o una porta, non poteva che essere la carta di identità del padrone di quella casa, cioè Cristo.
Questa convinzione mi ha accompagnato per diversi anni.

Poi, tempo addietro, studiando, ho capito che mi sbagliavo.
Sono rimasto molto deluso.

Lo stemma in pietra con il sole raggiante, che tanto mi piaceva e mi incuriosiva, non solo non rappresentava un sole ma una stella, e non rappresentava neppure ciò che io credevo, cioè il Cristo. Rappresentava la stella cometa prevalentemente di sedici raggi (a volte anche 8), stemma della nobile casata napoletana dei Del Balzo; quel simbolo altro non era che la “firma” di colui che aveva fatto costruire questo tempio intorno al XIII secolo, Pirro Del Balzo.

Altra cosa che stento a capire è l’esagerata ostentazione del blasone di famiglia: evidente che il Duca abbia voluto ricordarci la committenza, ma forse ha esagerato: ciò è molto evidente all’interno della cattedrale, dove io stesso a prima vista sono riuscito a contarne 23, più 3 nella Cripta; credo però, che secondo una mia personalissima stima, considerata la mania megalomane del  Conte, la simmetria, i vari rifacimenti e/o disfacimenti, le ristrutturazioni,  i terremoti e gli insulti del tempo, gli scudi avrebbero potuti essere molti di più, almeno una quarantina; mentre pochi e niente all’esterno dell’edificio o sui muri perimetrali dello stesso, qui se ne conta soltanto due (o tre?): lo stemma della stella raggiante a sedici punte fa bella mostra sul portone principale, al di sopra dello scudo vescovile. 
Quest’ultimo è condiviso, a mio avviso, tra il vescovo ed il duca, poiché reca nella sua parte superiore una stella, immagine del Duca; nella parte inferiore ciò che rimane di un compasso ed un giglio, emblema del vescovo.

L’ altro scudo ben distinguibile con due putti che reggono le insegne araldiche, lo si trova sul portone secondario, sul lato sinistro della Cattedrale.
Egli ha voluto mettere la sua “firma” ovunque, una firma scolpita nella roccia in modo indelebile.

È ripetuta spasmodicamente su tutti i pilastri portanti della chiesa, sugli assi portati di colonne, sugli architravi degli archi acuti, anche nei punti meno visibili, e assicurarsi, che il nome del suo casato sarebbe stato ricordato nei secoli.

È come se avesse voluto tramandarci (nel caso lo dimenticassimo) che è lui, il Duca-Conte-Barone Pirro del Balzo, l’autore della costruzione, ma io credo che egli abbia voluto dire agli uomini del suo tempo (soprattutto al suo amico/nemico vescovo Nicola Geronimo Porfìdo, visti e considerati i profondi dissidi tra i due e le minacce di scomunica) che egli è il vero padrone di questo sacro tempio, costruito con le proprie finanze, eretto con i propri soldi. 

Questo mausoleo moralmente gli appartiene,  è suo, anche se destinato alla Chiesa.
Il suo stemma nobiliare all’interno della Cattedrale è un vero “segno del padrone”.
Il Duca del Balzo con le sue innumerevoli “insegne stellate” ci ha fatto capire molto esplicitamente e con estrema arroganza e presunzione, che il vero signore di questa Cattedrale non è Colui che ci abita, cioè Dio, ma lui.

Stessa sorte è capitata, anche se in modo apparentemente minore, al suo castello, le sue torri sono fregiate di bellissimi rosoni e lapidi recanti le insegne del Duca Del Balzo, ma questa è un’altra storia.

Pirro, applicando così tanti stemmi nobiliari all’interno della Cattedrale,  ha voluto esercitare il suo personale “diritto d’autore” sull’”opera” legata ed eretta da lui: in modo tale che questo vincolo d’unione permanesse indipendentemente dalle vicissitudini storiche e da chi la possedesse materialmente.

Sono convinto che Pirro si sia riservato e conservato furbescamente un diritto di proprietà immateriale, il cosiddetto: corpus mysticum, cioè un diritto morale, che mira a tutelare sia per la sua personalità, essendone l'autore, sia il suo onore che la sua reputazione, assicurandosi una corretta trasmissione alle generazioni future della sua opera, la quale è rimasta inalterata, irrinunciabile ed inalienabile nel corso dei secoli.

Credo infine che, secondo l’usanza dei nobili e dei grandi monarchi del tempo, alla maniera degli Altavilla e di Roberto il Guiscardo nella chiesa della SS Trinità,  anche egli abbia voluto erigere la “sua” Cattedrale a tempio di sepoltura della famiglia Orsini/Del Balzo, visto che qui si trova la tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro, che tanta parte ebbe nelle vicende storiche di Venosa e riservare, alla sua morte, per egli stesso una santa, degna e nobile sepoltura; infatti al di sopra della nuova collocazione della tomba nella Cripta è murato uno stemma completo, scolpito in pietra della nobile famiglia Del Balzo-Orsini-Orange.

La passione per “la mia Venosa” mi spinge ad occuparmi di tematiche legate alla sua storia; non ho i titoli e non sta a me raccontare la storia e le gesta del Duca, lascio questo compito a chi ne ha la facoltà.

V.G,

giovedì 8 dicembre 2016

Festa dell’Immacolata Concezione

8 dicembre
Venosa (PZ) Cattedrale di Venosa

Giovanni Paolo II, nel lontano 1996, ci ammoniva dicendo che “l’effigie di Maria Immacolata, che schiaccia sotto i piedi il serpente” così come siamo abituati a vederla da sempre, “è sbagliata”, perché “è un errore filologico”.
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Da un errore di traduzione possono venire tante, inattese conseguenze. 
E se poi si tratta della Bibbia può venirne anche una folla di immagini e statue sbagliate: o meglio, non proprio "sbagliate", ma decisamente "troppo creative".
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E il caso di Maria rappresentata come l' "Immacolata" che schiaccia con il piede la testa di un serpente: l'errore filologico da cui deriva questa immagine è stato messo in risalto da Giovanni Paolo II nel discorso tenuto durante un' udienza generale.
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Quella raffigurazione che assume la forma attuale in epoca barocca e compare per la prima volta in Spagna. si rifa' a un versetto del terzo capitolo della Genesi, che secondo la traduzione proposta nella Bibbia "Vulgata" latina recitava così: "Porrò inimicizia tra te e la donna, tra il suo seme e il seme tuo: essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno".
Ha precisato l’allora Pontefice Giovanni Paolo II, per la precisione il 29 maggio del 1996, oggi santo: "Questo testo ha ispirato molte rappresentazioni dell' Immacolata che schiaccia il serpente sotto i piedi.
Ma quella versione non corrisponde al testo ebraico, nel quale non è la donna, bensì la sua stirpe, il suo discendente a calpestare la testa del serpente.
Tale testo attribuisce quindi non a Maria, ma a suo Figlio la vittoria su Satana". 
Sono dunque sbagliate perché basate su un errore filologico, che magari diventa un errore teologico tutte quelle raffigurazioni dell' Immacolata.
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Non drammatizziamo, diceva San Giovanni Paolo II: "Poiché la concezione biblica pone una profonda solidarietà tra il genitore e la sua discendenza, è coerente con il senso originale del passo la rappresentazione dell' Immacolata, che schiaccia il serpente, non per virtu' propria ma della grazia del Figlio".
Il Pontefice amava le precisazioni filologiche.
Un mese prima disse che il saluto dell' angelo a Maria, tradotto con il latino "ave", derivato dal greco "chairè, e tale restato anche in italiano; sarebbe "più confacente" tradurlo in "rallegrati".
(Le immagini sono della statua della Madonna Immacolata Concezione della Cattedrale di Venosa
Statua lignea databile tra il XVII ed il XVIII secolo).

mercoledì 7 dicembre 2016

Tota pulchra es, Maria.

«Nel cielo apparve poi un segno grandioso:
una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi
e sul suo capo una corona di dodici stelle.
Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. »
(Apocalisse 12,1-2)

Tota pulchra es, Maria.
Tota pulchra es, Maria.

Et macula originalis non est in Te.
Et macula originalis non est in Te.

Tu gloria Ierusalem.
Tu laetitia Israel.

Tu honorificentia populi nostri.
Tu advocata peccatorum.

O Maria, o Maria.
Virgo prudentissima.

Mater clementissima.
Ora pro nobis.

Intercede pro nobis.
Ad Dominum Iesum Christum.



(Le immagini sono della statua della Madonna Immacolata Concezione della Cattedrale di Venosa - Statua lignea databile tra il XVII ed il XVIII secolo).

La Vergine, i pescatori e i pesci

Il giorno dell'Immacolata tra tradizione e credenze popolari.

Secondo un’antica credenza popolare il giorno dell’Immacolata il mare è sempre calmo.
In segno di rispetto e devozione per questa festività i pescatori osservano un giorno di riposo e fanno festa, non gettano le loro reti in mare, per questo giorno lasciano le loro barche ormeggiate al porto.

Probabilmente questa credenza affonda le sue antiche radici in alcuni episodi del Vecchio Testamento con la storia di Tobiolo e l'Arcangelo Raffaele nel Libro di Tobia e del Nuovo Testamento, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt. 14,13-21, Mc. 6,30-44).


Il pesce, frutto della provvidenza, diviene così un alimento protagonista nel Vangelo, basta vedere alcuni episodi biblici, questo alimento rappresenta simbolicamente il Cristo.
Infatti sin dall'epoca paleocristiana i cristiani si distinguevano con la parola greca Ἰχθύς, che letteralmente significa “pesce” in greco. È un acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.


Come Tobiolo, durante il suo viaggio con l'Arcangelo Raffaele e come i Discepoli di Gesù, anch’essi pescatori, anche i pescatori si affidavano alla Madonna nell'affrontare i pericoli del mare, facevano tutti parte di un patto lontanissimo nel tempo: un patto di fiducia tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e Dio.
In base a questo lontanissimo patto, c’è l’antica credenza popolare venosina, che nel giorno dell’ Immacolata i pesci affiorino con la loro testa fuori dal mare e aprendo la bocca lodino la Vergine Maria.

In questa giornata vige un patto di non belligeranza tra i pescatori ed i pesci, tra l’uomo e la natura.
Naturalmente mai nessuno di noi ha mai visto affiorare dei branchi di pesci e disporsi in fila con la bocca aperta, ma l’idea favolistica e romantica ci piace ricordarla e raccontarla ai bambini e tramandarla alle nuove generazioni.

L’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, cade in periodo di Avvento, che è attesa per la venuta del Signore, quindi, si fa penitenza; non si mangia carne; sono bandite alle carni ed i cibi considerati lussuosi e si da spazio al pesce, come sardine, baccalà, sgombri e seppia; questo tipo pesce era reputato fino ad una cinquantina di anni fa, come un piatto povero, ma ricco di un forte significato religioso.



Dobbiamo nutrirci di quel “Pesce”, simbolo del corpo di Cristo, che è Figlio di Dio e Salvatore, solo così riusciremo a salvarci e a guarire dai nostri “mali”, e questa non è una favola!